Per Ottorino Mancioli
disegnare fu come esistere
di Marcello Venturoli
Due impressioni precise e
confortanti ho ricevuto, ben distinte su Ottorino Mancioli artista, una mentre
lo studiavo via via con l'aiuto della figlia Laura che conserva di lui una entusiastica memoria, contagiosa, motivata;
una seconda, a ricognizione conclusa, quando cioé la mole felice, soprattutto
dei disegni di questo uomo vincente e avventuroso, versatile in molti campi e
così ricco di umanità, mostra di raggiungere una notevole caratura, andando
molto al di sopra della documentazione e della cronaca.
A
mano a mano che si conosce il modo di osservare, di amare guardando cose e
persone, ambienti di Ottorino Mancioli, ci accompagna quel senso di sorgiva vitalità,
di inesauribilità, prima di tutto come vita. Questo continuo esistenziale che
si avverte in ogni suo lavoro mette in castigo la forma a vantaggio dei
contenuti, il molto reale sul molto pensato, fa dell'immagine una sorta di
parola immediata. Tanto che il nostro Ottorino può sembrare un dilettante che
fa dell'arte uno strumento, lasciando intatta, protagonista, la verità del
racconto. Insomma non gli importa di come dire, talvolta, ma di dire
esaurientemente, definitivamente.
E
allora dovrò al principio della mia testimonianza sull'artista precisare che la
mancanza specifica di conoscenza di determinati maestri di avanguardia, da
Braque a Picasso, da Klimt a Otto Dix, da Ensor a Kirchner, non significò per
lui restar fuori dal linguaggio moderno: taluni indispensabili segni
dell'attualità formale egli ha sicuramente captato nei mass-media di
allora, nei viaggi, la sua accademia di belle arti è stata sulla strada. Certe
sintesi grafiche e plastiche degli anni Venti, dai dinamismi futuristi e
cubisti appaiono dunque nei disegni di Mancioli, anche essi come accadimenti,
come le acconciature degli abiti, come la realtà del momento: ma dentro c'è
sempre una gran libertà di scelta, una spinta fraterna al dialogo, una carica
di fiducia, di allegria, di tenerezza, di amore per la vita, intesa come
immensa palestra di esseri viventi, cui sia stato chiamato come artista sotto
le mentite spoglie dello sportivo, del tennista, del medico chirurgo,
dell'ufficiale di Marina, del paracadutista, del disegnatore pubblicitario, del
padre di famiglia, del bellissimo uomo, alto, stravagante, ma con la testa sul
collo, del grande amico invidiato dagli amici, adorato dalle donne. Gianni
Brera, che lo presentò in una pubblicazione sportiva di disegni magnifici ebbe
infatti a scrivere a conclusione del suo contributo: ".....i tuoi disegni
mi rifanno giovane di trenta anni. Dio ti benedica, mattissimo amico. Il troppo
genio non t'ha voluto per noi, ma si per la più bella vita mai vissuta forse da
un uomo sulla terra........". Del resto quel prevalere nel suo limpido
specchio delle esperienze umane, senso, caratteri, episodi di costume, precisa
ugualmente uno stile. Scriveva infatti Libero De Libero, prefatore estetico del
volume su menzionato insieme a Brera: "Col passare degli anni fu spontanea
in lui l'esperienza futurista e cubista, allora inevitabile per un artista
giovane che non si contentasse di fermarsi al 'quia' di una tradizione oramai
inerme e sclerotica. Il suo disegnare insorgeva finalmente alacre e amoroso da
ogni sintesi d'ottica dinamica. E per la modulazione di atteggiamenti, movenze
ciascun atleta assumeva negli a solo il ruolo di un mimo a lampi di
magnesio".
D'altra
parte è da aggiungere che far pendere la bilancia dell'universo grafico di
Ottorino verso lo sport è un errore di lettura e di metodo. Forse perchè il
modello di tante scene dinamiche in media res era più popolare e riconoscibile nel ciclo sportivo, questo è
stato più familiare al pubblico e più fisionomizzante ma, se mai proprio da
questa parte del tutto, cioè lo sport, si evince come tutto il mondo visto e
amato sia per l'artista uno spettacolo. Si pensi per esempio all'ambiente
medico che Mancioli ha vissuto da protagonista tutta la vita, prima della
guerra, durante e dopo, quando compiutasi la tragedia italiana, operò per tanti
anni come medico di famiglia. Lo specchio immaginifico di questa 'carriera' è
di stupefacente ricchezza: un'avventura professionale raccontata con tale
ampiezza di osservazioni, da far diventare la camera operatoria o la sala del
consulto o l'aula universitaria o il luogo dell'incidente, una ribalta
teatrale, dove se molti personaggi ritratti sono ai fruitori d'oggi ormai
sconosciuti, resta di loro molto di più nell'unità della visione: quell'essere
medico, quell'operare in una scienza che è insieme esatta eppure affidata al
talento e alla ispirazione, quel guardare gli altri esseri umani non solo da
fratelli maggiori conoscitori di tanti mali, ma da salvatori e magari, proprio
per non cadere nella retorica, lasciare in tanti angoli di queste scene un
certo sorriso.
Per
una ragione d'ordine e di più agevole reperimento del materiale felicemente
conservato e rubricato dell'opera paterna, la figlia Laura ha diviso i lavori
per soggetti mantenendo la cronologia; ma a parte il fatto che sport, costume,
guerra, medicina e quante altre categorie non basterebbero mai a nessuno
artista, il caso di Ottorino Mancioli è anche più atipico, perchè nello stesso
momento può mescolare costume e medicina, guerra e sport; così è anche la vita,
si capisce, ma così ancor più tipicamente è stato lui. Per cui per esempio se
prendiamo tutti i suoi disegni sportivi, quasi a dar cittadinanza a quanti più
sport possibili, corriamo il rischio di stendere un campionario di opere non
tutte essenziali, fra idee di belle istituzioni e realizzazioni folgoranti, fra
schizzi a specchio di una mano febbrile che vuol dire presenze e disegni
perfetti, inimitabili. E poi nella stessa stagione, nello stesso anno, come
dicevo, l'artista, può aver disegnato splendidi nudi di donne non proprio in un
quadro sportivo, episodi di grande tenerezza altrettanto plastici, ma si tratta
di slanci diversi, di altre "lotte".
Ma
non ho ancora finito di chiarire a me stesso, come sempre faccio al cospetto di
nuovi artisti, prima da me non conosciuti, perchè adesso la personalità di
Ottorino Mancioli mi pare tanto naturale quanto non confondibile, eppure non
semplice ed elementare nel suo consolidarsi, dentro e intorno al mondo degli
altri. E' tutto sui generis, intanto: un romano di frequentazione ma un
marchigiano di origine; ama il popolo come tutti i romani del ceto medio alto,
ma fa studi classici, conosce il genere umano attraverso anatomia e patologia,
gli ammalati per lui fin da studente sono l'insieme del genere umano, la sua
grande memoria (si divertiva a raccontare i Sandokan di Salgari recitandoli
pari pari dal libro, da adulto) era naturalmente anche visiva, il suo viaggiare
nella fantasia aveva avuto un grande appoggio nella realtà, una grande
verifica, per cui col padre consigliere finanziario, da giovinetto, era stato a
Parigi, Budapest, Cairo, Bagdad, Kabul. In guerra fu ufficiale medico ed a El
Alamein si prese una pallottola di Thompson che gli fracassò il braccio destro
e gli paralizzò la mano per anni. Ma non tornò eroe di guerra e nostalgico,
tornò medico di famiglia, con quella sua familiare aristocrazia di sentimenti,
quella disponibilità perenne al viaggio interiore attraverso immagini di ogni
specie. Dal dopo-guerra, questo periodo pieno di lavoro professionale e amore
per il prossimo dura per lui fino al 1990, anno della sua morte.
Eccoci
dunque a leggere il cospicuo "materiale" grafico/pittorico
dell'artista: stili lunghi, stili corti, cioè elaborati coi loro bravi
chiaro-scuri attorno a linee capillari, oppure folgorati in quattro colpi, a
fare uno scorcio, un abbraccio. Non sanno di noioso atelier, di presente o
futura necessità di mercato, di discussioni critiche per emergere su questa o
quella tendenza di punta o tradizionale, sanno di strada, dicevo, di viaggi, di
odori e di stagioni, di uomini, donne, animali e paesi; non sono ancora del
tutto finiti di apparire, che diventano precise ipotesi, emblemi di esistenze,
messi su, messi insieme al più presto o come egli poteva, purchè conservino,
anzi esaltino quell'attrazione, quella necessità coi suoi occhi, coi suoi
sentimenti.
In
molti dei suoi disegni sportivi, per esempio, vicino alla esperienza diretta
dell'intenditore, anzi del protagonista sportivo, si festeggia l'essenzialità
del segno; sembra quasi che la realtà raggiunga di forza come un pugno la sua
logica fulminante. Basterebbero esempi di disegni pubblicati in "Giochi
sportivi" del 1976. Al cesto, Prendere velocità, Tiratore al piattello, Ciclista
in salita: nel quale ultimo è talmente possente ed essenziale il suo
slancio in su e in avanti, con quei tocchi di pennello al nerofumo, che la
bici, sotto, resta invisibile come l'ideale pretesto. E poi da non dimenticare
un altro analogo motivo, Ciclista in
surplace (1965), 28 x 22, in cinque o sei tocchi o guizzi di pennello,
inimitabile questo cammeo d'aria, quest'ombra di forze concentrate, questa rosa
di quasi invisibili forze dinamiche. Momento dello spettacolo sportivo dove la
competenza, l'entusiasmo, la fantasia fanno tutt'uno: in Calcio (contrasto), tempera
su carboncino; La presa del portiere,
tempera del 1938; Tiro alla fune (dove eccellono i pesi di trazione, le
masse plastiche); e infine il mulinello di due giocatori a ruota, visti
dall'alto di Hockey su prato.
Il
suo disegnare è anticonformista per eccellenza; non v'è apologia, non v'è
riserva, ma neppure una sorta di smaniosa cattura di tutto e di tutti; rifulge
potrei dire la sua obbiettività nel vedere per esempio patria e famiglia viaggi
e donne, amici e doveri, salute e vacanze, professione di medico, custodia di
memorie: un uomo, insomma; solo che è così difficile esserlo a questo mondo!
Tanti
disegni definiti di costume sono racconti della più dolce elegia amorosa. Per
esempio quella delizia, nell'unità architettonica delle membra dei due, in
quell'aprirsi e chiudersi delle braccia, quel lievitare di lei eppure
sprofondare sul corpo di lui ne La
conquista. C'è poi memorabile, un figurino che diventa forma astratta,
dinamica, di un ritmo vestito di sensualità, portato su due diversi spessori di
segno (L'Armoniosa, carboncino su
cartone, 1930, 88 x 60). E che dire di Cabaret,
pure del 1930, 28 x 22, fra
i disegni più intensi e originali di quegli anni a Roma e in Italia in senso
assoluto? Animatissimo quel fondo dove si incidono volti muliebri come
tentazioni più nobili di virtù, un Grotz senza cattiveria; il vizio qui da noi
sembra dire, è tiepido come il Mediterraneo, una immagine che fa parte davvero
del museo dell'avanguardia figurativa, entro il quale l'artista è entrato, fra
l'altro, senza alcuno sforzo.
Se
poi andiamo a prendere possesso delle visioni di quegli anni di guerra e in
quelle peripezie africane, la commedia umana dell'artista non muta di intensità
e di varietà. Anche qui perfetti, di grande sintesi rappresentativa, i disegni Piloti, Medicazione a bordo, Soldati a cavallo; due splendidi Ascari, un Ascaro come un monumento; un graduato in calzoni corti e, tra le
tecniche miste, un felice episodio di soldati in casco a torso nuto, armati,
che racconta di spostamenti nel deserto; un alpino col mulo; e una serie molto
umana di colloqui-incontri fra bianchi e nere, non sempre e non solo
nell'ambito della prostituzione: quegli sguardi di diffidenza e di attrazione
tra femmine e militari, scontri a due, di cortesie animali, come il disegno
della giovine nera con l'ufficiale dagli occhiali; e poi pose lascive e insieme
distensive con donne-fate, stavolte bianche, regine inconfondibili della carne,
a dispensare senza eccessi la gioia dei sensi; infine, nere guardate quasi come
da un turismo dell'anima o del corpo, nere fotografate.
Questo
brusio di commilitoni, a pochi chilometri dagli avamposti, questo clima ricco
di presenze ricreative che in qualche modo fa una parodia di casa, avvicina
agli amici lontani, imita senza pretenderla la parentela, con qualche scherzo,
bevuta e risata, si rompe talvolta in scene di tragedia, come il terribile
disegno del Fucilato riverso a terra bocconi. Si scorge in
parte sulla sua schiena, in parte a terra una vampa rossa e pare che il personaggio
sia uscito dal mondo non per sua colpa, ma per un cataclisma di cui siamo tutti
responsabili, una immagine che, dal vero, piange con le lacrime di Goya.
Cosa
meditava, cosa concludeva l'artista soldato, mentre disegnava in queste
situazioni di uomini in guerra, quel fante in completo assetto, forse più forte
e più equipaggiato dall'artista di quanto non fosse magari nella realtà? (Legionario, carboncino, 1939). Una
visione della sua guerra tutt'altro che retorica è quella che viene fuori dai
disegni del periodo. Dirò ancora della grande tecnica mista, 32 x 34, Dopo la battaglia, praticamente un
cumulo di morti e di feriti, taluni con le mani sul volto, altri col viso al
cielo in una ultima invocazione, calzoni corti e scarponi una sorta di lugubre
gita estiva organizzata dalla Patria.
Ma
forse fra tutte le immagini di guerra o meglio degli uomini dentro la disgrazia
bellica è particolarmente toccante un suo autoritratto: egli si rappresenta
seminudo, rannicchiato su se stesso, davanti a una piccola tenda piramidale a
forma di antico sepolcro romano. E' chino su un bianco quaderno e tiene in mano
una matita. "Questo mi resta" sembra affermare con eloquenza muta
l'immagine, in quel finale di campagna africana; ma c'è da scommettere che pur
con le tante risorse cui farà ricorso tornato a casa e in famiglia - prima fra
tutte quella del medico, - la maggiore, insradicabile, che lo fisionomizza, che
lo fa specchiare alla vita, è il disegnare: quella cattura di cose e persone
come gli detta il cuore, quel testimoniare come esistere. Per cui, vicino al
dramma di una solitudine nella quale la guerra perduta lo ha lasciato
amaramente, c'è la sua irrinunciabile arte.
Benché
io sia certo di essermi a sufficienza documentato sulla varietà e sui modi di vedere
e di sentire di Ottorino Mancioli e mi possa anche permettere di accomiatarmi
da lui lasciandolo a disegnare sotto una tenda precaria, sento di aggiungere
ancora qualcosa per un pubblico di lettori più legato al linguaggio visuale e
porre qui una sintesi delle sue qualità di artista.
Egli
operò dunque fra dettaglio ironico realistico e fregio liberty, fra gusto della
vita spicciola e senso di una perfezione nel rigore stilistico cubo
novecentista; la macchietta di costume con tutte le situazioni di cronaca, ma
una statura spirituale, un impegno della vista tali che innalzano
l'aneddoto al quadro espressionista; la ricchezza di una folla vista da un
umanista meditabondo (ricordo quella stipata a piazza Vittorio), schizzi di
fisionomie illustri di tale essenziale felicità, da farlo grafico nato, quasi
più che medico nato; quel conciliare istintivo il documento con lo stile,
dando, opera per opera, la misura di un sanato conflitto, come in un gioco tra
arte e vita.
Voglio
ricordare a questo punto della mia sintesi sulle qualità di Mancioli, il
"racconto" di una spiaggia o arenile di stabilimento balneare dove
sono sdraiati giovanotti attorno a una ragazza, il tutto dentro una monocromia
di calura ocra e nera con tocchi bianchi di asciugamani stesi; ci troviamo di
fronte ad un massimo di naturalità di costume, quasi che parlasse al nostro
sguardo soltanto una "scena" e al tempo stesso a una precisa
inequivocabile suggestione di colori assai più intensa di quella che ci avrebbe
dato un impressionista.
E
che dire di quei tagli prospettici audaci, forse desunti dal cinema, ma
sicuramente dal fatto di essere testimone della vicenda ritratta, lui fuori
campo, ma talmente avvicinato per vedere al personaggio più prossimo, da
inventare una specie di espressionismo di posizione? e' sempre un rapporto di
fantasia e di meditazione tra folla e ambiente, come quando racconta, nei
lustri del dopoguerra, dell'umanita stipata in tram; o quando, compagno di
viaggio in treno con gente in riposo e in abbandono, approfitta per descriverne
i caratteri, come assolvendola da tutti i suoi peccati, anzi assolvendosi da
quel peccato di curiosità, in virtù della tenerezza del guardare. Donne e
uomini, tutti al comun denominatore dl segno vitale, anche se, come ho già
illustrato nelle precedenti pagine, di varia "lunghezza" e intensità;
ma mai prevaricante, mai nella retorica di una categoria, la macchietta, il
sublime, il sentimentale. Anche sui mezzi adoperati (materie, carte, ecc..)
l'artista è personale, come nel felice esperimento della descrizione del
paracadutista a contatto con la terra sul foglio di rame.
Se
in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles il giovane studente di medicina
cominciò a far disegni sportivi da pubblicare, nel 1930-32 affida a fogli di
tutte le dimensioni e occasioni la grande avventura dello studio ospedaliero, a
raccontare riti e figure di compagni e di professori, in cui il mondo
universitario nella specifica facoltà, esce fuori come in un teatro. I grandi
camici bianchi degli studenti che fanno mucchio e monumento e quelle teste dai
capelli corvini, una vicino all'altra, sul cadavere da sezionare o sul paziente
da operare, che si intravede; il giovane in ausculto con l'orecchio sulla bigia
schiena del vecchio infermo, un rito fra solenne e casuale di tanta gente
calamitata in un sol punto, il grande clinico, i profili dei giovani aspiranti
medici con lustro dei capelli imbrillantinati, ciascuno una fisionomia diversa,
si, ma tutti nella medesima pettinatura, come portassero un distintivo comune
di eleganza, un secondo indistruttibile cappello.
Il
clima di queste assemblee goliardico rembrandtiano è così inconfondibile, da
suggerire, come è stato fatto per l'ambiente sportivo disegnato da Mancioli (e
con ottimi esiti), una pubblicazione a parte e, naturalmente, una mostra.
Vicino a queste testimonianze di insieme sono dunque figure di primari, ora
imbastite come da una emozione, ora reiterate come per una frequentazione del
mostro sacro, una consuetudine piena di filiali rispetti. Ecco dunque per questo
artista, quasi del tutto incognito, nascosto dentro la vita, una rivisitazione
che io posso aver compiuto con esito, spero, fortunato in virtù in gran parte
della mediazione lucida, costante e capillare memoria della figlia Laura, dei
suoi ordinati schedari, della sua conservazione e tutela in album, scaffali,
pareti, cartelle, fotocopie originali, in perfetto stato o restaurati nella
casa e nello studio paterni, di quanto Mancioli le ha lasciato: mai come in
questa circostanza un Mancioli fatto da lei avvicinare all'oggi come vivo,
nelle tante contraddizioni e tenerezze, nelle innumerevoli spinte centrifughe
verso il mondo da lui inteso come magnifica avventura; e centripete verso i
figli, la famiglia, la casa, lo scrupolo della professione, come pochi altri
uomini così felicemente espressi della sua generazione.